sabato 20 febbraio 2010

Arco Si Arco No



Ormai da 29 anni, l’evento stella del febbraio madrileno è la fiera internazionale d’arte contemporanea alias ARCO. Come richiesto dal protocollo e dal glamour dell’evento, caccio fuori dall’ armadio la mia divisa radical chic e cerco di darmi un’aria interessata ed interessante. Solo un gadget proprio non riesco ad indossare, gli stupidissimi occhiali in pasta nera e cristalli neutri, che ogni oligofrenico al passo coi tempi indossa nel disperato tentativo di darsi un fastidioso aspetto intellettual-artistoide.

Organizzo con solerzia il mio pellegrinaggio come qualsiasi devota che si rechi al Santuario del Divino Amore, ma non per vedere le opere in esposizione. Stazionare davanti ad una scatola vestita con una camicia da boscaiolo, un Erwin Wurm in vendita per modici 33000 euri, provoca alla vista lo stesso effetto che produce all’udito l’ascolto della canzone di Pupo ed Emanuele Filiberto. C’è pero un motivo che da solo val bene lo spostamento: la fauna, quella moltitudine pittoresca che vaga con aria d’intenditore tra le varie ciofeche che galleristi e presunti esperti cercano di spacciarci per arte.

Il primo orgasmo si verifica già alla porta d’entrata. Veder passare Sir Norman Foster e Lady consorte, psichiatra riconvertita in esperta d’arte, è qualcosa che riesce a lasciarmi senza parole. Quell’ aria sostenuta da chi ha un bastone proprio non dovrebbe stare, non ha prezzo. Una apparizione fugace, vestiti strettissimi, pochi passi e subito dentro l’auto scura d’ordinanza. Bye bye.

La magia continua dentro e da il meglio di se. Riesco quasi a convincermi di esser parte della società più selezionata del Paese. Piume di fagiano in testa, sosia di Crudelia Demon, ascots e fazzoletti da taschino come se piovesse, diamanti, figli di papà con pantaloni al posto delle camicie e magliette come mutante, l’importante è essere bizzarri. Persino Almodovar, ordinariamente tamarro, riesce a farmi credere di essere un dio dello stile.

Eppure la categoria che più adoro sono i galleristi. Cosi trendy, cosi curiosi, cosi creativi. Mi chiedo sempre dove compreranno i loro vestiti, chi sono i loro parrucchieri, cosa mangeranno. Loro sono il mio mito, il modello perenne al quale malamente mi ispiro. Mi avvicino a Juana De Aizpuru, decana delle galleriste e mix esplosivo Vanna Marchi-Iva Zanicchi. Lei la porterei volentieri a casa, chiedo il prezzo, la signora non è in vendita, e allora rimango indeciso se comprare il carrello della spesa capovolto, commovente, o il video “Satelliti”: stronzi che riproducono il sistema solare in un water, strabiliante.

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